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Rai, Meloni vuole Rossi come ad: ma potrebbe stare in carica solo 18 mesi. Ecco perché il governo studia la legge ad personam – Il Fatto Quotidiano

Carlo Fuortes traballa, Giampaolo Rossi scalpita. Il governo vuole usare l’affaire Fedez-Sanremo come testa d’ariete per sostituire i vertici della Rai, accusati di aver permesso lo show “politico” del rapper (in cui tra l’altro è stata strappata la foto del viceministro Galeazzo Bignami vestito da nazista). L’obiettivo è far cadere Fuortes, l’amministratore delegato scelto dal governo Draghi, per sostituirlo con Rossi, già consigliere d’amministrazione e presidente di RaiNet, storico uomo di riferimento di Fratelli d’Italia nella tv pubblica. Ma la strada non è semplice: l’attuale cda, insediato nel 2021, scadrà solo a luglio 2024. Prima di allora, per cambiare l’ad (che del cda è membro) serve revocarlo oppure convincerlo a dimettersi. Se anche una di queste due ipotesi si realizzasse, sull’incarico a Rossi peserebbe comunque una grossa controindicazione: avendo già alle spalle un mandato in cda (dal 2018 al 2021), per legge potrebbe farne soltanto un altro, cioè – appunto – quello che scade tra appena un anno e mezzo. Così a breve la maggioranza potrebbe trovarsi “costretta” a partorire una classica legge ad personam per consentire al proprio uomo di restare al vertice di viale Mazzini più a lungo. Ma vediamo in dettaglio i vari aspetti della vicenda.

L’attuale ad Fuortes è stato nominato dal governo a luglio 2021, insieme a Marinella Soldi, poi eletta presidente dell’azienda. Il nuovo esecutivo in teoria può revocarli, ma solo per inadempienze gestionali: difficilmente l’esibizione di Fedez a Sanremo può essere usata come giusta causa, per di più in un’edizione da record di share (per quella, al massimo, potrebbe pagare il direttore del prime time Stefano Coletta). Così la strada più semplice per liberarsi di Fuortes diventa sfiduciarlo in consiglio d’amministrazione, costringendolo a lasciare. Un assaggio di ciò che potrebbe succedere si è già avuto il 30 gennaio scorso, con il voto sul budget per il 2023: i due consiglieri in quota centrodestra, Igor De Biasio (scelto dalla Lega) e Simona Agnes (vicina a Forza Italia) non hanno partecipato, mentre ha votato no Alessandro Di Majo (in quota M5s) e si è astenuto Riccardo Laganà (il consigliere eletto dai dipendenti). Così il budget è stato approvato solo grazie ai tre sì di Soldi, Fuortes e Francesca Bria, la consigliera scelta dal Pd, certificando in modo palese il fatto che l’ad non abbia più la maggioranza. L’appuntamento per una possibile resa dei conti è il voto sul piano industriale 2023-2025, che dovrà tenersi entro marzo: se dopo il caos di Sanremo il governo ordinasse ai suoi consiglieri di votare contro, le dimissioni di Fuortes sarebbero quasi obbligate.

Anche a quel punto, però – con le regole attuali – un’eventuale nomina di Rossi sarebbe una vittoria di Pirro per il governo. Come dicevamo, infatti, l’ex presidente di RaiNet, docente universitario ed editorialista del Tempo e del Giornale potrebbe restare in carica solo fino a luglio 2024. Per questo – come ha raccontato il Fatto – a Palazzo Chigi si sta studiando una normasblocca-Rossi, che eliminerebbe il tetto dei due mandati per i consiglieri di amministrazione, già pronta per essere inserita nel decreto Milleproroghe ma poi fatta saltare per evitare polemiche. “Sarebbe l’unico modo legale epulito” per raggiungere l’obiettivo, anche se solleverebbe un polverone”, ragiona una fonte Rai. Un’alternativa potrebbe essere quella di puntare su un ad interno, “di transizione“, per arrivare alla scadenza del mandato, e poi nominare Rossi tra un anno e mezzo insieme al nuovo cda. O ancora, potrebbe tornare in auge il piano di farlo diventare direttore generale, cioè di affidare a lui la parte “corporate” dell’azienda (personale, marketing, finanza) togliendola a Fuortes, che però manterrebbe la gestione editoriale. La strategia peraltro è già fallita nei mesi scorsi proprio per l’opposizione dell’ad, che avrebbe dovuto nominare il “rivale” e cedergli importanti deleghe, rischiando di fatto il commissariamento. Ma chissà che di fronte al rischio di perdere la poltrona non possa cambiare idea.

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