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Trattativa, la strage di via D’Amelio accelerata da Riina perché Paolo Borsellino era “interessato al dossier mafia appalti”

La decisione di Riina di accelerare la strage di via D’Amelio, “quell’input affinché si uccidesse Borsellino con urgenza, nel giro di pochi giorni, mettendo da parte altri progetti omicidiari in più avanzata fase di esecuzione”, può avere origine nell’interessamento del giudice al dossier mafia e appalti. È la riflessione dei giudici della Corte d’assise d’appello di Palermo contenuta nelle motivazioni della sentenza d’appello sulla trattativa Stato-mafia. Verdetto che ha mandato assolti i carabinieri del Ros (qui le motivazioni) e l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri (qui le motivazioni). “Sono stati acquisiti – scrivono i giudici a supporto dell’ipotesi – elementi che comprovano l’intendimento del dottor Borsellino di studiare il fascicolo relativo rapporto “mafia appalti” nel periodo compreso tra strage di Capaci e la strage via D’Amelio“. Borsellino, come del resto Falcone, erano stati condannati da tempo a morte. Ma l’attentato del 19 luglio 1992 “fu studiato alla giornata” come confermato dallo stesso capo dei capi intercettato in carcere a Opera nell’agosto del 2013. Parole, che per i giudici, rappresentano “un eccezionale riscontro”.

Già i giudici di primo grado avevano accertato che Riina, nel luglio 1992, avesse cambiato i piani decidendo di eliminare Borsellino anche se quella strage non era nei programmi. Lo ricordano i giudici d’appello: “La Corte (nella sentenza di primo grado, ndr) reputa certamente provato, all’esito dell’istruttoria dibattimentale compiuta, che il generico e generale progetto di uccidere Borsellino … abbia subito una improvvisa accelerazione ed esecuzione, ancora una volta per volere di Salvatore Riina, proprio nei giorni immediatamente precedenti quello cui, poi, avvenne la strage di via D’Amelio”. Una ricostruzione basata sulle ricostruzioni di Giovanni Brusca (a cui fu chiesto di interrompere la preparazione dell’omicidio dell’ex ministro Calogero Mannino) e Salvatore Cancemi. La sentenza di primo grado aveva respinto l’ipotesi, avanzata dalle difese di Subranni, Mori e De Donno, che Borsellino fosse stato ucciso per la sua decisione di iniziare a occuparsi della vicenda del rapporto “mafia e appalti”. Un’ipotesi, quella delle difese, che serviva ad allontanare il sospetto di un collegamento tra la strage e la trattativa.

I giudici d’appello, ritengono invece che la ragione dell’accelerazione di Riina possa trarre origine proprio nell’interessamento a quel dossier. E nelle nella sentenza contestualizzano questa conclusione nell’opposizione del giudice all’archiviazione, citando “le doglianze che Borsellino aveva personalmente raccolto nei suoi contatti con i carabinieri del Ros“. Senza contare che Borsellino era determinato a prendere in mano il lavoro di Falcone e capire non solo da chi era stato massacrato ma anche il perché. Cosa Nostra doveva, secondo i giudici, prevenire il rischio che l’erede del giudice eliminato potesse iniziare a indagare su quel dossier. Di cui Borsellino aveva parlato anche ad Antonio Di Pietro (sentito come testimone durante il processo, ndr) intervenuto ai funerali di Falcone. L’ex pm di Mani pulite ai giudici ha riferito che Falcone gli disse di controllare “gli appalti e che in Sicilia accanto ai politici e agli imprenditori, bisognava fare i conti con i mafiosi” e ne aveva parlato con Borsellino che però non gli riferì che ci stava lavorando. “Mi disse però che dovevamo tornare a incontrarci, era convinto che in Italia ci fosse un sistema di spartizione nazionale attorno agli appalti”. La mafia, ritengono i giudici, “aveva altresì interesse a prevenire quel rischio: e quindi a stroncare sul nascere la possibilità di ulteriori sviluppi di quell’indagine, attraverso l’annientamento del magistrato che forse più di ogni altro in quel momento avrebbe saputo mettere un patrimonio inestimabile di conoscenze e acquisizioni e capacità di analisi del fenomeno mafioso al servizio di un’indagine tesa a sviluppare un’intuizione” che Borsellino aveva “mutuato” da Falcone.

“Che vi sia stato una sorta di passaggio del testimone” tra Falcone e Borsellino lo ha testimoniato anche Liliana Ferraro, magistrato che che aveva “assistito ad una telefonata con la quale” Falcone “rammentava all’amico Paolo che adesso toccava a lui seguire gli sviluppi dell’indagine compendiata nel rapporto “mafia e appalti” del Ros. Anche se i giudici sottolineano che proprio i carabinieri ignorarono le dichiarazioni dell’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, sull’argomento evitando anche di prendere appunti da una fonte che ben poteva essere informata sul groviglio di interessi. I militari mostrarono un “totale disinteresse per la disponibilità subito manifestata da Vito Ciancimino a parlare di tangentopoli e dei suoi riflessi o delle sue connessioni con le vicende (delittuose) e ciò non solo con riferimento alla cosiddetta “tangentopoli siciliana”, cioè al riprodursi in Sicilia del medesimo fenomeno di corruzione sistemica legato agli appalti di opere pubbliche, ma – scrivono i giudici in sentenza – con una connotazione peculiare derivante dalla presenza e dall’inedito ruolo di Cosa Nostra quale protagonista degli accordi regolatori per la spartizione di appalti e tangenti. Ma anche a possibili indiretti legami persino con la genesi o la causale delle stragi di Capaci e via D’Amelio”. Un disinteresse “inspiegabile” chiosano i magistrati.

Infine scrivono i giudici: “Ben si comprendono le perplessità di Paolo Borsellino a fronte dell’opzione di chiudere con una richiesta di archiviazione le indagini del più importante procedimento istruito in quel momento storico dalla Procura di Palermo nell’ambito di quello specifico filone investigativo”. E fanno riferimento a quanto accadde nell’affollata e assemblea plenaria che si tenne in Procura con i pm il 14 luglio del 1992, cioè appena cinque giorni prima della strage di via D’Amelio. “Il dottor Borsellino lo disse espressamente in quella assemblea”, dicono, come “ben rammenta Luigi Patronaggio”. Borsellino tenne un atteggiamento che non tradiva affatto sfiducia e diffidenza nei confronti dell’operato dei colleghi titolari del procedimento, ma, al contrario denotava la volontà di aprire un confronto sincero sul tema in discussione, come aperte e trasparenti furono le critiche e le perplessità e le richieste di chiarimenti esternate in quella sede”. Pochi giorni fa, a trent’anni dalla chiusura, l’inchiesta “mafia e appalti” è stata riaperta. Il dossier dei carabinieri del Ros che risale a fine ’91 e di cui Borsellino dopo la strage di Capaci aveva chiesto una copia, iniziando a occuparsene, sarà ora oggetto delle indagini della procura di Caltanissetta.

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