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Norvegia: dove può arrivare la nuova generazione calcistica

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In Norvegia al momento ci sono 17°. Diciassette gradi uniti al 0% per quanto riguarda le precipitazioni, ai 13 km/h del vento e all’umidità al 51%. Una temperatura che anche noi italiani vorremmo in questo momento.

Un’immagine dei fiordi norvegesi

O meglio, sono le temperature di Oslo, posizionata a sud della nazione scandinava, quindi possiamo immaginare che nel settentrione norvegese le temperature siano leggermente più basse. Soprattutto nelle isole Svalbard, anche se i cambiamenti climatici non ha risparmiato nessuno, e forse nemmeno loro.

Sicuramente si sta meglio in Norvegia in questo momento che in Italia. Una bella escursione tra i fiordi norvegesi nella loro natura incontaminata non sarebbe davvero una cattiva idea da fare in questi tempi. Magari gustando nelle nostre pause il Kvikk Lunsj, il kit kat norvegese per intenderci.

Ma non siamo qui a rubare il lavoro alla cara Licia Colò, ma per parlare della nuova nazionale norvegese e dove può arrivare. Prima, però, un salto nel passato sportivo della nazione europea.

LA NORVEGIA NELLO SPORT:

La Norvegia, sul piano sportivo, è sempre stata una nazione più competente negli sport individualisti, soprattutto invernali, che di squadra. Difatti, la Norvegia occupa il secondo posto nel medagliere dei giochi olimpici invernali, dietro la Germania.

Marit Bjørgen

Nel biathlon ha avuto atleti come Ole Einar Bjørndalen, mentre nello sci di fondo Bjørn Erlend Dæhlie (maschile) e Marit Bjørgen (femminile).

Nel nuoto il ranista deceduto prematuramente all’età di 26 anni Alexander Dale Oen a causa di un infarto nel 2012, mentre nel tennis Casper Ruud risulta quinto nella classifica ATP.

Sonja Henie, invece, è stata la regina del pattinaggio artistico su ghiaccio norvegese vincendo tre ori olimpici e dieci mondiali tra gli anni ’20 e ’30. Dopo la carriera sportiva conclusa, la pattinatrice si dedicherà al cinema hollywoodiano.

Curioso, invece, come nell’hockey su ghiaccio la Norvegia, rispetto a Svezia e Finlandia, non abbia mai raggiunto traguardi memorabili degni di nota.

Sonja Henie

IL CALCIO IN NORVEGIA:

Il calcio in Norvegia viene vissuto in modo più morbido. I motivi sono tanti, ma uno in particolare è una certa tendenza incentrata più sul partecipare che sul vincere. Ed è anche la risposta al perché negli sport di squadra facciano fatica ad emergere, fatta eccezione per gli ultimi tempi nella pallamano: due argenti consecutivi ai Mondiali (2017 e 2019).

Certo, le tifoserie calde sono presenti anche lì, ma non possono essere paragonate alle tifoserie del sud e dell’est Europa.

Le eccezioni ci sono, ed infatti è memorabile la scena in cui dei giornalisti sportivi norvegesi si disperano al gol del pareggio del San Marino sul momentaneo 1-1. Partita che terminerà 4-1 per i norvegesi.

La nazionale norvegese può comunque vantare dell’unico bronzo della sua storia calcistica nelle Olimpiadi del 1936, tenutesi a Berlino, in Germania. Persero le semifinali contro l’Italia, futura campionessa olimpionica, e primo titolo olimpionico per la nazionale di calcio italiana vincendo 2-1 contro la temibile Austria di Sindelar.

I norvegesi, invece, vinsero la finale del terzo posto per 3-2 contro la Polonia, eliminata in semfinale proprio dagli austriaci.

Negli Europei, invece, la Norvegia si è qualificata solo una volta, nel 2000, mentre ai Mondiali ha partecipato tre volte e in due occasioni ha raggiunto gli ottavi di finale: 1938 e 1998.

Diverso, invece, il discorso della nazionale femminile. Ai Mondiali del 1991 hanno raggiunto il secondo posto, mentre vinsero il Mondiale del 1995. Agli Europei, invece, quattro secondi posti (1989, 1991, 2005 e 2013), e due volte campionesse (1987 e 1993). Alle Olimpiadi un terzo posto nel 1996 e vittoriose nel 2000.

Ada Hegerberg, simbolo della nazionale femminile norvegese

LA NAZIONALE NORVEGESE DEGLI ANNI NOVANTA:

Una leggera rivoluzione stava avvenendo proprio agli inizi degli anni ’90. La nazionale di calcio norvegese iniziò male i gironi di qualificazione ad Euro ’92 ed il ct dell’epoca, Ingvar Stadheim, si dimise. Al suo posto subentrò Egil Olsen, allenatore dell’under-21 norvegese, il quale cominciò fin dall’inizio a dare la sua impronta.

Le nazionali scandinave hanno da sempre giocatori più rudi e rocciosi che dotati tecnicamente. Non a caso spesso vengono definiti ironicamente fabbri o falegnami. E difatti il primo scheletro della nuova Norvegia aveva un difensore, Rune Bratseth (1961), ed un portiere, Erik Thorstvedt (1962) tra i pilastri della nazionale, ancora oggi definito il miglior portiere norvegese.

Tra l’altro Erik Thorstvedt è il padre del nuovo acquisto del SassuoloKristian Thorstvedt, classe 1999. A differenza del padre, però, Kristian è un trequartista.

Quindi, la nazionale di Olsen aveva bisogno di giovani, ed in quel momento stavano cercando di emergere Øyvind Leonhardsen, Stig Bjørnebye, Lars Bohinen, padre di Emil Bohinen, centrocampista della Salernitana, ed Erik Mykland. Proprio Mykland è tutt’ora considerato uno dei calciatori norvegesi più talentuosi di sempre, ma il suo stile sregolato influì negativamente sulla sua carriera.

La nuova nazionale norvegese iniziò a far vedere la propria caratura contro l’Italia vincendo per 2-1 durante le qualificazioni ad Euro ’92. I norvegesi arrivarono terzi dietro all’Unione Sovietica, che diverrà CSI durante la competizione, e all’Italia, quindi niente qualificazione, ma qualcosa stava cambiando. L’allenatore richiamò in nazionale Kjetil Rekdal, il quale in seguito diverrà un giocatore fondamentale per la propria nazionale.

Nel giro di un anno, nel 1993, la Norvegia occupò il secondo posto nel ranking FIFA. Lo stile tipico di gioco era da nazionale scandinava: compatti in difesa cercando di non prendere imbarcate, palla lunga a pedalare e gioco sulle fasce per crossare all’attaccante, che sempre supera il metro e novanta.

In tutto questo, la Norvegia degli anni ’90 riuscì ad inserire anche la tecnica, che unita al contropiede riusciva a creare azioni pericolose nella metà campo avversaria.

In vista delle qualificazioni per i Mondiali del ’94, la Norvegia riuscì a qualificarsi in un girone per lei abbastanza ostico. C’erano nazionali come San Marino e Polonia, ma anche come Inghilterra e Olanda. Girone che escluse dal Mondiale proprio gli inglesi a favore dei norvegesi.

La gioia della qualificazione sfumò proprio ai gironi in cui vi erano Italia, Messico e Irlanda. Tutte e quattro le nazionali arrivarono a quatto punti, ma fu proprio la differenza reti a far fuori la Norvegia: un gol segnato contro il Messico ed un gol subito contro l’Italia.

Le qualificazioni ad Euro ’96 iniziarono bene, ma terminarono nel peggiore dei modi. Due sconfitte consecutive contro Repubblica Ceca e Olanda ne compromisero il cammino escludendo quindi la Norvegia dall’Europeo. Diverso fu il discorso in vista dei Mondiali del ’98.

Ole Gunnar Solskjær durante i suoi i primi anni in nazionale

Due calciatori stavano facendo parlare di sé in Norvegia in quegli anni: Tore André Flo e Ole Gunnar Solskjær. Entrambi ebbero un impatto positivo in nazionale: Solskjær segnò una doppietta con l’Azerbaigian, mentre Flo segnò una doppietta addirittura contro il Brasile, amichevole che terminò 4-2 per i norvegesi.

Curiosità: la Norvegia è l’unica nazionale a non aver mai perso con il Brasile. Hanno disputato quattro incontri con i verdeoro terminati con due vittorie e due pareggi.

Nonostante la qualificazione anticipata ai Mondiali del ’98 con due giornate di anticipo, la Norvegia zoppicherà nuovamente nella fase finale. Inserita in un girone con Marocco e Scozia con cui pareggiò, trovò la vittoria nuovamente contro il Brasile. Match terminò 2-1 a favore dei norvegesi dopo essere andati sotto al 78′. Flo trovò la via del pareggio e riuscì a procurarsi un rigore segnato in seguito da Rekdal.

La Norvegia poté qualificarsi così agli ottavi, ma perse contro l’Italia per 1-0 con gol di Vieri. Iconica l’esultanza in cui simula di giocare a carte con Del Piero. Il giocatore italiano non solo eliminò la Norvegia dal Mondiale, ma pose fine ai diciassette risultati utili consecutivi degli scandinavi.

GLI ANNI DUEMILA:

Dopo il buon Mondiale disputato in Francia, due anni dopo la Norvegia riuscì a qualificarsi per Euro 2000. C’erano alcuni volti nuovi, tra cui due future conoscenza della Seria A: John Carew e John Arne Riise, i quali entrambi vestirono le maglie della Roma.

La vittoria contro la Spagna per 1-0 portò belle speranze alla Norvegia, ma nel secondo match perse contro la Jugoslavia per 1-0, e pareggiò a reti bianche contro la Slovenia. La Norvegia uscì quindi al primo turno e ciò rimane l’ultima qualificazione ad una fase finale di una competizione nazionale.

LA NUOVA GENERAZIONE:

Dopo anni bui per i talenti norvegesi, ecco che nel 2015 fa parlare di sé un giovanissimo Martin Ødegaard dello Strømsgodset. Ødegaard stupisce tutti per la sua tecnica palla al piede, ma anche per la sua visione di gioco e per i suoi dribbling.

Il giovane trequartista scandinavo sarà seguito da molte big d’Europa, ma a prenderlo sarà il Real Madrid. Esordisce subito in nazionale maggiore, tanto che adesso a quasi ventiquattro anni può già vantare 43 presenze con la Norvegia.

Con il passare del tempo, però, si capisce che il ragazzo era sì più forte della media dei tipici giocatori norvegesi, ma che non era ancora pronto per giocare ad alti livelli con quel livello di intensità. Giocherà poche volte con il Real Madrid, causerà gelosie nello spogliatoio del Real Madrid Castilla, la seconda squadra delle merengues, ottenendo comunque buoni risultati, e girerà in prestito parecchie volte. Fini a trovare la sua dimensione all’Arsenal.

Ødegaard esordisce negli anni in cui esordivano anche Alexander Sørloth (classe ’95) e Morten Thorsby (classe ’96), ma senza avere il suo impatto mediatico. Ødegaard, quindi, è il capostipite della new generation norvegese, che a quanto pare non vuole fermarsi. Già si inizia a parlare di giovanissimi nati negli duemila inoltrati.

Martin Ødegaard

Pochi anni più tardi sarà il turno dell’ormai calciatore norvegese più famoso: Erling Braut Håland. Il gigante norvegese fece parlare di sé per i nove gol segnati contro i pari età della formazione honduregna durante i Mondiali under-20, nel 2019. Håland, però, già era conosciuto come un bomber di razza e ha avuto un impatto più importante anche più di Ødegaard in patria.

Inutile dire che adesso tutti gli occhi saranno rivolti verso di lui quando scenderà in campo con il Manchester City.

I volti nuovi della nuova generazione calcistica norvegese non sono solo loro. In Italia abbiamo avuto al Milan Jens Petter Hauge (classe ’99), ora in forza all’Eintracht Francoforte. Dennis Johnsen del Venezia (classe ’98), Leo Skiri Østigård (classe ’99), ex Genoa e nuovo acquisto del Napoli, Emil Ceide (classe ’01) ed Erik Botheim (classe ‘2000) della Salernitana oltre ai già citati Kristian Thorstvedt ed Emil Bohinen.

La richiesta dei giocatori norvegesi in Serie A è simbolo quindi che qualcosa è migliorato nel loro calcio. Non solo Italia, ma anche in Premier e Bundesliga la richiesta è più alta rispetto agli anni passati. Un po’ come se i talenti norvegesi stiano avendo l’exploit dei talenti belgi di una decina di anni fa. E se fosse davvero così, come mai ha mancato le due ultime qualificazioni sia all’Europeo del 2020 che al Mondiale 2022? La Norvegia ha le carte per divenire il nuovo Belgio?

La risposta è sì, anche se ci sono tasselli al momento incolmabili o che hanno bisogno di più tempo per essere colmati. Manca ad esempio un De Bruyne e un Courtois della situazione, come anche il primo Hazard.

È evidente che non sono abituati ad avere una squadra con quelle qualità balistiche, facendo fatica a posizionarsi bene in campo. Più che tatticamente, il problema è ancora di compatezza. Tanti ottimi giocatori con il problema di non essere ancora una squadra; squadra che invece era già il Belgio con quella percentuale di giovani insieme a giocatori più navigati.

La Norvegia, infatti, non ha mai avuto tanti calciatori di quel calibro, ed essendo abituata a giocare in un certo modo, catenaccio e contropiede per dirne una, non riesce a trovare ancora la propria dimensione. Perché il talento c’è, ma manca la predisposizione in campo. Già il cambio del modulo nel 4-3-3 o all’occorrenza nel 4-2-3-1 fa intendere che conoscono il loro potenziale, ma finora questo potenziale resta ancora sopito.

Una generazione che al momento conta più trequartisti che mediani.

Sarà anche la cultura norvegese ad avere un approccio più amatoriale che agonistico nel calcio, ma per gli amanti del pallone, ma soprattutto per loro, sarebbe un peccato vedere una generazione mai così piena di astro nascenti bruciarsi lentamente.

Certo, forse non vincerà un Europeo o un Mondiale, data l’esperienza delle nazionali più quotate, ma ha tutto per divenire una temibile concorrente ed avversaria negli anni a venire. E magari poter partecipare a qualche fase finale di manifestazioni internazionli ed intercontinentale, perché in questo caso la loro storia non aiuta nemmeno.

Simmaco Munno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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