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Minaccia aggravata ad un testimone di giustizia: Vacatello condannato in Cassazione

Antonio Vacatello

La quinta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni di reclusione nei confronti di Antonio Vacatello, 58 anni, di Vibo Marina. L’imputato è stato condannato per minaccia continuata per costringere a commettere un reato, minaccia a pubblico ufficiale e minaccia grave, reati tutti aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso. Vittima delle minacce il testimone di giustizia di Pizzo Francesco Vinci. La sentenza di condanna del Tribunale di Vibo Valentia era arrivata il 31 gennaio 2018 e la sentenza era stata confermata il 27 aprile 2021 dalla Corte d’Appello di Catanzaro.

Ha retto in pieno, dunque, l’accusa mossa dal pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, che dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia aveva chiesto la condanna dell’imputato a 4 anni e 6 mesi. Antonio Vacatello avrebbe commesso il reato per indurre la parte offesa a ritirare delle precedenti denunce presentate nei suoi confronti e nei confronti di: Domenico Pardea, detto “U Ranisi”, residente a Pizzo Calabro, Eugenio Gentiluomo, Rocco De Maio, Carlo Riso e Massimo Patamia, tutti di Gioia Tauro. [Continua in basso]

In particolare, ad Antonio Vacatello, «già sottoposto a processo penale per i reati di tentata estorsione, rapina e lesioni aggravati dal metodo mafioso ai danni di Francesco Maria Vinci, veniva contestato di avere in più occasioni minacciato gravemente, anche di morte, il Vinci allo scopo di costringerlo a ritrattare le sue accuse nei confronti dello stesso Vacatello e di altri soggetti, tra i quali Domenico Pardea, nell’ambito del processo penale a loro carico e quindi di rendere falsa testimonianza, commettendo il delitto con modalità di tipo mafioso e avvalendosi della notorietà della sua appartenenza – scrive la Cassazione – alla criminalità organizzata di tipo ‘ndranghetistico; inoltre, gli si contestava di avere, dopo la conclusione del processo, minacciato gravemente il Vinci rivolgendogli la frase «Pezzo di merda, prima o poi ti faccio sparare».

Secondo la Suprema Corte, la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro ha «ampiamente motivato in ordine all’attendibilità del Vinci ed in ordine ai molteplici riscontri che assistono le sue dichiarazioni, come le registrazioni acquisite, ad opera della polizia giudiziaria, da impianti di videosorveglianza presenti nei luoghi in cui il Vacatello ha avvicinato il Vinci per minacciarlo o le dichiarazioni rese da Vincenzo Ceravolo.

Peraltro, un riscontro di natura logica viene desunto anche dall’esito del processo di primo grado a carico del Vacatello per il reato di tentata estorsione, conclusosi con l’assoluzione dell’odierno ricorrente a causa della contraddizioni e reticenze del Vinci e poi con la condanna in secondo grado, avendo i giudici di appello accertato che il Vinci era stato minacciato per indurlo a ritrattare le sue dichiarazioni predibattimentali che sono state ritenute direttamente utilizzabili». Il ricorso in Cassazione è stato ritenuto inammissibile in quanto «reiterativo delle doglianze contenute nell’atto di appello senza confrontarsi con le ragioni poste dalla Corte territoriale a base del loro rigetto».

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Antonio Vacatello è attualmente sotto processo dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia – insieme ad alcuni familiari – anche nel maxiprocesso Rinascita Scott. Viene indicato come il capo ‘ndrina di Vibo Marina, strettamente collegato al clan di Zungri guidato da Giuseppe Accorinti. Sempre nell’ambito dell’operazione Rinascita Scott, Vacatello è anche imputato dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro per sequestro di persona.

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