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Meloni affossa il salario minimo e propone una taglio al cuneo fiscale

In tre righe di discorso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni liquida il salario minimo e sottoscrive la tesi, molto cara a Confindustria, secondo cui i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa per colpa delle tasse. Mischiare le carte sui motivi per cui gli stipendi italiani sono drammaticamente bassi, gli unici in Europa ad essere più bassi di 30 anni fa, non è difficile. Uno dei trucchi più usati è quello di scaricare tutta la colpa sulle tasse. Non si sa poi bene come sia possibile che in Germania o in Francia (e non solo) le tasse sul lavoro siano uguale alle nostre ma gli stipendi quasi doppi.

“Il contrasto al lavoro povero è per tutti noi una priorità, ma capiamoci su come combatterlo. Io penso che il salario minimo legale rischi di non essere una soluzione ma uno specchietto per le allodole perché sappiamo tutti che gran parte dei contratti di lavoro dei dipendenti è coperto dai Contratti nazionali che già prevedono salari minimi. Allora il problema per me è estendere la contrattazione collettiva. Ma perché in Italia i salari sono così bassi? Perché la tassazione è al 46%. Per questo serve un taglio (di 5 punti, ndr) del cuneo fiscale”, ha detto oggi la presidente del consiglio Giorgia Meloni.

Certo togliendo un po’ di tasse (che di fatto gravano tutte sul lavoratore perché le aziende hanno la possibilità di graduare le retribuzioni tenendo conto anche di quello che pagano al fisco) qualche euro in più in buste paga arriverebbe. Perché non toglierle tutte a questo punto? Perché o i soldi si trovano da qualche altra parte, e Meloni non fa nessun cenno al dove, oppure ci sarebbero meno risorse per pagare scuole, sanità, etc. Difficilmente un operaio o un impagato costretti a ricorrere a scuole o medici privati avrebbero molto da guadagnare dall’operazione. Che converrebbe invece molto, sempre e comunque, alle imprese. Non è un caso che il taglio al cuneo, sbandierato come provvedimento a favore dei lavoratori, sia l’immortale cavallo di battaglia di Confindustria.

La verità è che i salari in Italia sono magrissimi perché la produttività, ossia il valore di quello che un lavoratore è in grado di produrre in un certo intervallo di tempo, è bassa e rimane tale. Non cresce non perché i lavoratori italiani siano sfaticati, anzi sono tra quelli con la quantità di ore passate al lavoro più alta, ma perché hanno a disposizione mezzi e strumenti meno e producono merci che mediamente valgono relativamente poco. Semplificando un po’ perché le aziende investono poco e si concentrano su settori a basso lavoro aggiunto dove il basso costo del lavoro può ancora garantire un qualche vantaggio competitivo. Abbassare il costo del lavoro fa male all’economia. Induce le aziende ad adagiarsi su questo fattore. In alcuni paesi, tra cui la Gran Bretagna, la scelta di inserire un salario minimo per legge è stata fatta anche per spingere le imprese ad aumentare la loro competitività attraverso altre strade.

Un salario minimo per legge non è l’unica strada. Su questo, almeno in teoria, la presidente del Consiglio ha ragione. L’Unione europea, che pure sollecita l’introduzione di una soglia minima agli stipendi, lascia agli stati membri la scelta sul modo per raggiungerla. Tra questi c’è anche il rafforzamento della contrattazione collettiva ossia svolta tra le rappresentanze di aziende e lavoratori, i sindacati. Non è un caso che a storcere il naso di fronte ad un salario minimo deciso per legge siano stati anche i sindacati che vedrebbero diminuire il loro potere di rappresentanza. In Italia la contrattazione collettiva è più diffusa che altrove e potrebbe essere estesa ulteriormente. Questo ha cercato di fare, timidamente e con scarsi esiti, il precedente ministro del Lavoro Andrea Orlando. Il vero problema è che i minimi retributivi contemplati in alcune intese sono talmente bassi, nell’ordine dei 4 euro l’ora, da essere ben al di sotto di un livello retributivo dignitoso. E tali rimarranno senza un intervento esterno.

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