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I racconti della 500

 Ragusa – Quando da ragazzina, d’estate, da Ragusa mi trasferivo qualche giorno a Vittoria, da mia zia, frequentare i miei cugini mi faceva sentire più grande, mi trasformava da brava ragazzina ubbidiente in “Pierino la peste”. Ero sempre pronta ad assecondare ogni loro marachella, se se ne presentava l’occasione. E quel giorno…

Mia cugina, La Grande, aveva comprato, usata, con i proventi del suo primo lavoro, una Cinquecento FIAT azzurra. Non doveva essere stato un grosso affare, o almeno lo era stato solo per chi gliel’aveva venduta, però quando andava in giro, col tettuccio aperto, sembrava guidasse il Duetto spider dell’Alfa Romeo.

Quel giorno il fratello della Grande, il Miocuginomaschiopreferito, nella penombra creata dalla zia per attenuare l’afa dell’assolato pomeriggio di agosto, mi dice, con fare cospiratorio e a bassa voce per non svegliare il parentado in siesta: “vieni che andiamo a fare un giro in Cinquecento”. Ero felice di essere stata prescelta tra le cugine. Con lui il divertimento era assicurato. Calzoncini jeans, cappellino con visiera e maglietta bianca con l’immagine de “El Che” in bella mostra ed ero pronta per uscire.

Il Miocuginomaschiopreferito aveva già in mano le chiavi, ma le teneva molto accostate alla tasca dei pantaloni; ho avuto la sensazione che volesse celarle alla vista della Grande. Non ho voluto dare peso alla mia sensazione di disagio e con estrema cautela, nel più assoluto silenzio, scendo in strada col Miocuginomaschiopreferito.

La Cinquecento era là che ci aspettava; partiamo e cominciamo a gironzolare senza meta per le vie della città.  

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A quell’ora del pomeriggio, in piena canicola, ho aperto la capottina dell’auto e sono salita in piedi sul sedile per godere del vento in faccia. Vittoria ha pianta ortogonale e le strade sembrano tutte uguali, lunghissime e, d’estate, caldissime. La pianta ortogonale ci obbligava a dare la precedenza a destra. Ogni cento metri c’era un incrocio che costringeva “il mio autista” a rallentare, facendo col cambio la famosa “doppietta”; bisognava controllare che non arrivassero macchine da destra … non ricordo bene, ma dubito molto che lo facesse a tutti gli incroci. A quell’ora, con quel caldo, Vittoria era deserta.

Ridendo ad ogni stupidata e cantando Ticket to Ride, Yesterday e All You Need is Love, arriviamo in piazza Calvario, strada a fondo chiuso, almeno così appariva ai comuni mortali. Da una parte vi si accedeva e dall’altra c’era la scalinata che si affacciava su via dei Mille. (credo che ancora oggi,  in piazza Calvario, il venerdì santo, a Pasqua, si riuniscano i fedeli per assistere ‘e parti ’, la rappresentazione della passione di Cristo; ancora ricordo la folla di fedeli con gli occhi lucidi che, forse, sperava in un epilogo diverso, nonostante  l’indubbia consapevolezza della realtà storica).

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A questo punto della passeggiata le soluzioni più ragionevoli da prendere in considerazione, per superare l’empasse della strada chiusa, erano due:

a) tornare indietro e riprendere a gironzolare con la cinquecento;

b) scendere dall’auto, visto l’orario e la piazza a disposizione, e giocare a pallone come era successo altre volte.

Ma quel giorno …. Forse il caldo …. il Miocuginomaschiopreferito ha un’idea geniale. “Accurzamu” mi dice e comincia piano, piano ad avvicinarsi al bordo della scalinata. Non pensavo avrebbe avuto il coraggio di farlo, ed invece l’ha fatto. Piano, piano ha cominciato a scendere con la cinquecento. Per un nano secondo ho perso il buonumore, e credo che anche il Miocuginomaschiopreferito, già al secondo gradino, tanto tranquillo non fosse. Ha un momento di titubanza, si ferma, poi visto che, comunque, ai primi due gradini non ci eravamo cappottati, ed essendo impossibile, ormai, tornare indietro, ha ripreso a scendere, un gradino dopo l’altro, senza perdere la marmitta né grattare sul fondo.

L’unico testimone della bravata era un anziano signore che con le mani ad anfora borbottava qualcosa che, per fortuna, non sono riuscita a sentire. Arrivati alla base delle scale lo stress aveva esaurito le nostre energie e decidiamo, senza dircelo a parole, di rientrare.

Tornati a casa la GRANDE ci aspettava “armata”. Aveva caricato la lingua a pallettoni e ce ne ha scaricati addosso una valanga. Ovviamente chi ha avuto la peggio è stato il Miocuginomaschiopreferito “disgraziato, incosciente” – io non capivo come avessero già saputo quello che avevamo combinato. Nel ‘68 mica avevamo il cellulare. Ho scoperto dopo qual era il problema: il Miocuginomaschiopreferito Non aveva la patente e i “pallettoni” erano mirati a quest’altra furbata.

La notizia mi ha spiazzata, non sapevo se essere contenta o no, e, per evitare ulteriori conseguenze, mi sono mangiata la lingua e non ho fiatato sulla discesa delle scale in Cinquecento. Né i miei genitori né i miei zii hanno mai saputo di questa avventura e la GRANDE lo scoprirà se leggerà questo mio ricordo. Il segreto è stato mantenuto negli anni da me, dall’autista Miocuginomaschiopreferito e, probabilmente, anche da quel signore con le braccia ad anfora di cui non ho mai conosciuto l’identità.

Dalla foto che ho scaricato da google maps ho visto che hanno ristrutturato e delimitato con dei panettoni in pietra la mitica scalinata; probabilmente perché, dopo di noi, qualcun altro ha voluto “accurzari” (accorciare) il percorso scendendola con l’auto.  Ci terrei molto a sapere se il nostro esempio è stato seguito da altri temerari. Grazie. Attendo fiduciosa notizie, ma, ovviamente, solo se il reato è andato in prescrizione.

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