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Blog | Morte regina Elisabetta: a perdere un simbolo di stabilità e resilienza non è solo l'Inghilterra – Il Fatto Quotidiano

Quando il decesso di Elisabetta II è stato annunciato, ieri alle 18.30 locali, le 19.30 italiane, mi trovavo in centro a Urbino. In pochi minuti, la gente per strada, nei crocchi al bar, ne parlava come “se fosse morta una di casa”, tanto la sua figura era percepita familiare e inamovibile. E la cittadina scopriva connessioni normalmente dimenticate con la monarchia britannica: una visita di Carlo senza Diana nel 1988; e la presenza a Palazzo Ducale di una “camera del Re d’Inghilterra”, retaggio di quando Giacomo III Stuart visse qui per oltre un anno, tra il 1717 e il 1718 dopo essere stato esiliato.

Quanto successo a Urbino è probabilmente avvenuto in molti luoghi d’Italia, d’Europa, del mondo. Con Elisabetta II, non solo la Gran Bretagna perde un simbolo di stabilità e di resilienza. Una figura che, con il suo equilibrio e la sua persistenza, ha accompagnato il suo Paese attraverso radicali cambiamenti geo-politici, tecnologici, culturali e anche di percezione della stessa funzione reale. Una figura – si scrive – “inevitabilmente politica e aggressivamente apolitica”, quasi fuori quadro negli attuali contesti (anglosassoni, ma non solo) estremamente polarizzati. La Regina Elisabetta II, 96 anni, oltre 70 di regno, è stata la monarca più longeva: “una roccia” – cito ancora media britannici – e un punto di riferimento in un periodo turbolento, che ha visto evolvere il mondo, declinare l’Impero britannico e la sua famiglia vivere momenti imbarazzanti e per lei dolorosi, dal fallimento del matrimonio del primogenito Carlo con Lady Diana ai dissapori con il nipote Harry passando per i comportamenti riprovevoli del figlio Andrea.

Il decesso, annunciato ieri alle 18.30 locali, è avvenuto nel castello di Balmoral, la residenza reale estiva in Scozia, dove solo due giorni prima, martedì 6 settembre, Elisabetta aveva preso commiato dal premier uscente Boris Johnson e formalmente designato a succedergli Elizabeth “Liz” Truss. Dalla notizia del decesso data in codice, London Bridge is down, tutto s’è svolto e si sta svolgendo nel rispetto delle procedure concordate con la stessa sovrana. La Bbc, coi conduttori vestiti a lutto, ha trasmesso l’inno nazionale, la bandiera su Buckingham Palace è stata calata a mezz’asta come ovunque nel regno e in molti luoghi altrove nel mondo, nel Commonwealth e alla Casa Bianca. Dalla Russia, il presidente Vladimir Putin esprime omaggio e cordoglio, “una regina giustamente amata e rispettata”. Dalla Cina il presidente Xi Jinping manda “sincere condoglianze”, “è un’enorme perdita”.

Ora, l’impatto della sua scomparsa è imprevedibile, sia per la Gran Bretagna che per la monarchia, istituzione che Elisabetta II ha saputo preservare attraverso mutamenti sociali e scandali familiari, ma la cui rilevanza nel 21esimo secolo è stata spesso messa in discussione I premier britannici passavano, ma la regina restava: ne ha insediati 15 durante il suo regno di oltre 70 anni. E così pure i papi –ne ha visti sette -, i presidenti degli Stati Uniti – 13 -, i leader dell’Urss prima e della Russia poi – 10, sette più tre – e della Cina – almeno cinque; addirittura una trentina i presidenti del Consiglio italiani.

La regina Elisabetta era stabilità e continuità, in un Mondo che intorno a lei cambiava: un impero che si disfaceva; il Commonwealth, i i cui legami con la corona si allentavano; la Gran Bretagna, che subiva progressivamente il ridimensionamento da grande potenza a potenza continentale, sia pure con i galloni dell’arsenale nucleare e del potere di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Lei era la continuità. E l’immutabilità. La longevità della Regina Madre, morta a 102 anni, e quella del principe consorte Filippo, morto sulla soglia dei cento anni, e l’apparente imperturbabilità davanti alle tragedie – l’attentato costato la vita a Lord Mountbatten – e ai contrasti familiari, come la rottura tra Carlo e Diana: tutto ciò ha contribuito a fare di Elisabetta II l’icona per antonomasia della resilienza britannica che è stata il perno della resistenza al nazismo, nelle ore più buie dell’Europa.

La sua scomparsa può mettere in discussione il senso di appartenenza e di identità di una larga parte dei cittadini britannici: un ruolo della monarchia è quello di essere collante della nazione ed Elisabetta II è stata l’unica monarca per oltre l’80% dei suoi sudditi, oltre 50 milioni su 68. Ed era uno degli inevitabilmente sempre più rari superstiti della generazione che ha visto, combattuto e vinto la Seconda Guerra Mondiale.

Che il mondo e il paese, durante il suo regno, siano cambiati, molte volte e in molti sensi, è ovvio e inevitabile: la swinging London e il terrorismo dell’Ira, l’adesione alla Cee e la Brexit. La nazionale di calcio che vinse i Mondiali del 1966 era composta da soli bianchi; quella che perse gli Europei del 2020 era un patchwork multietnico. Il governo che Elizabeth Truss ha appena formato è un inno alla diversità: più donne che uomini e dove quattro dei cinque posti di maggiore rilievo sono affidati a britannici di origini africane – uno del Ghana, uno della Sierra Leone –, indiane o curdo-irachene. Elisabetta II, in fondo, potrebbe avervi letto un trionfo del Commonwealth, di cui la Gran Bretagna ha saputo inglobare la ricchezza e la varietà al proprio interno.

Con la regina più longeva finisce un’era che in realtà è stata molte ere: il dopoguerra e l’aggancio della Gran Bretagna all’integrazione europea; la crisi e lo scatto d’orgoglio thatcheriano (le Falkland ma pure il rilancio economico); il superamento della Guerra Fredda e il “laburismo capitalista” blairiano; la Brexit e un neo-isolazionismo attenuato dalla ricerca nostalgica – e un po’ patetica, quasi alla Gianni e Pinotto, di Donald Trump e Boris Johnson – della “relazione privilegiata” con gli Stati Uniti. Manca – ed Elisabetta II non voleva che così fosse – il ritorno alla casella di partenza, da una guerra all’altra, ora che siamo sul crinale di un conflitto che da regionale può divenire mondiale.

La scrittrice reale Catherine Pepinster parla di un “momento traumatico” per il Paese ma rileva che la Gran Bretagna “sta per entrare in una nuova fase”, mentre “le placche tettoniche” degli equilibri britannici e mondiali si stanno muovendo. Londra non governa più “the waves”, i mari; e il mare che conta non è più l’Atlantico, ma il Pacifico.

I cani e i cavalli, le borsette e i cappellini, la regina che ha cancellato dall’album dei record il mito di un’epoca come la regina Vittoria è stata spesso ridotta a macchietta. Ma il suo essere sempre uguale a se stessa, quasi mummificata dal tempo, ha certo tutelato e forse salvato la monarchia, che dopo di lei dovrà vivere le incertezze d’un regno che inizia tardi – Carlo ha già 74 anni – e che molti vedono di transizione, nell’attesa di quel William che di anni ne ha 40 e su cui pesa la responsabilità di un rinnovamento. Dell’Istituzione, se non del regno.

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